Il Ciclamino, tra amore e sensualità

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Nei boschi di Ampezzo, l’arrivo timido dell’autunno lo si nota dalla fioritura del Ciclamino dei Boschi. Il suo nome scientifico, Cyclamen, deriva dal termine greco kuklos che significa cerchio. Il nome è probabilmente dovuto alla forma del fiore che veniva un tempo associata a quella dell’utero femminile. Il filosofo greco Teofrasto, nel 300 a.C., definiva la pianta come utile per eccitare l’amore e la sensualità. Per lungo tempo, fu utilizzata per adornare le camere dei novelli sposi quale augurio di fertilità.
La pianta era inoltre sacra ad Ecate, potente maga e divinità dell’oltretomba, da qui il nome “pianta di Ecate” utilizzato nell’antichità.

Plinio il Vecchio (23 d.C. – 79 d.C.), la consigliava come amuleto, in quanto il fiore veniva considerato “scaccia guai”. In pratica, capace di proteggere dai malefici. Per questo motivo veniva piantato attorno alle case quale forma di protezione.

Nel Medioevo, la pianta venne associata alla malignità proprio per il suo antico retaggio legato alla signora dell’oscurità (Ecate, appunto). Il suo nome venne quindi cambiato volgarmente in “pianta del diavolo”. Secondo alcune tradizioni cristiane, invece, il ciclamino era un tributo a Maria, in quanto il fiore (a volte) presenta delle macchioline rosse che secondo le credenze del tempo rappresentavano il dolore delle Madonna per la crocifissione di Gesù.

In zona, i ciclamini sono molto diffusi e crescono alla stato spontaneo. E’ quindi facile poterli ammirare, ma essendo una specie protetta, non possono essere ne estirpati e ne tanto meno recisi. E’ bene ricordare, inoltre, che il bulbo del ciclamino è altamente tossico per l’uomo, in quanto ricco di ciclamina, una sostanza velenosa per l’organismo umano ma che risulta innocua per molti animali.
 
 

Il Ciclamino, tra amore e sensualità.

 

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